Ulisse e la leadership: limiti e conseguenze del pragmatismo strategico

riflessioni sul film di Cristopher Nolan

Dal film di Cristopher Nolan viene fuori tutta la potenza del protagonista del poema omerico, Ulisse: dalle numerose prove in giro per il Mediterraneo al ritorno a Itaca, dà innumerevoli prove della sua capacità di gestire il tempo e rispondere all'imprevisto. Ma questa sua peculiarità ha i propri limiti, spiegati anche dalla spietatezza di cui dà mostra.

Il film di Cristopher Nolan, Odissea, sta avendo un successo notevole sia in Usa che in Europa. Le recensioni sono moltissime. Io vorrei solo dare un piccolo contributo su un aspetto che mi ha colpito della sceneggiatura e dell’interpretazione del protagonista: il personaggio di Ulisse, che emerge in una narrazione molto hollywoodiana ma anche molto ragionata sul presente.

La figura di Ulisse incarna l’archetipo della resilienza cognitiva e del pragmatismo strategico. Di fronte all’avversità, la sua mente non subisce la paralisi dell’incredulità, ma si converte istantaneamente in una macchina computazionale: ogni evento, per quanto catastrofico, viene decodificato come una scacchiera su cui anticipare le proprie mosse e proiettare le contromosse dell’avversario.
L’episodio della grotta di Polifemo è l’emblema della mêtis - la risposta razionale all’imprevisto radicale. Pur privo di schemi cognitivi pregressi per interpretare la minaccia del gigante, Ulisse non cede allo shock dell’inaudito; prende atto della realtà oggettiva e rinuncia alla sterile forza bruta per individuare le vulnerabilità strutturali dell’opponente. La sua vera forza risiede nella gestione del tempo, la capacita di dominare l’impulso all’azione per attendere il kairos, l’attimo propizio capace di ribaltare le sorti dell’esistenza.

Per i suoi compagni, Ulisse è un faro di infallibilità pragmatica. Tuttavia, questa leadership assoluta porta con sé una tragica simmetria: se la sua arguzia è la condizione di sopravvivenza del gruppo, la sua minima fallibilità si traduce inevitabilmente in un destino nefasto e collettivo.

Il viaggio di Ulisse non è un’escursione, è la furia della vita nella sua forma più spietata. In questo contesto, il sacrificio non è una scelta cinica, ma una condizione esistenziale e strutturale: per andare avanti, qualcosa o qualcuno deve essere lasciato indietro.
Alla fine dell’Odissea, l’Ulisse che sbarca a Itaca non è più l’eroe partito per Troia. È un uomo prosciugato, che ha visto morire tutti i suoi compagni ed è dovuto rinascere più volte spogliandosi di parti di sé.

La "furia della vita" richiede un pedaggio altissimo: per attraversare la tempesta della realtà e raggiungere la meta, l’intelligenza strategica deve farsi spietata, e il prezzo per non affondare è diventare un sopravvissuto solitario.
Ulisse però fino alla fine pensa alla sua colpa: quella di aver distrutto una civiltà. Il peso che porta dentro di sé è il peso di colui che vede nel suo ruolo una decisione politica ma non sente mai il dolore per la perdita dei propri uomini. Alla fine si recherà a rendere loro onore, ma il loro sacrificio pare scontato. Loro gli appartengono e questa per me è una delle espressioni massime della tragedia degli uomini e del potere.

Fulvio Caporale

L'articolo originale lo potete trovare qui: https://www.sololibri.net/Ulisse-leadership-limiti-conseguenze-pragmatismo-strategico.html

L'immagine: fotogramma dal film Odissea di Christopher Nolan

Data di pubblicazione: mercoledì 12 agosto 2026 • Pubblicato in: Articoli vari