L'uomo pupazo.
Mario. L’uomo pupazzo.
“Al di là di quella luce si trova mio padre,” dissi. “Mi sta aspettando, non sarò solo quando verrà la mia ora.”
Nella luce flebile della mensa dell'ospedale stavo parlando con “l'uomo pupazzo”. Gli altri ospiti lo chiamavano così perché era completamente paralizzato e non era in grado di parlare, ma anche perché la sua espressione, con una parte della lingua fuori dalla bocca, ricordava un pupazzo. Si chiamava Mario e le infermiere mi dicevano che con me sembrava sereno, forse anche felice; lo capivano dallo sguardo, dai suoi occhi, sempre fissi ma vivi, i quali cambiavano, questo lo avevo notato anch'io, in modo impercettibile, in un guizzo di luce, come se di fronte ad alcune persone il suo sguardo, sempre fermo, si animasse. Il suo linguaggio, dunque, era semplice ma pieno di significati. Era un alfabeto da comprendere e decifrare. Gli parlavo con calma e vedevo le sue reazioni in un universo impercettibile di simboli che si riflettevano nella profondità del suo sguardo. Mario in poco tempo diventò il mio migliore amico e il mio unico confidente.
Io gli raccontavo pezzi della mia vita e lui mi ascoltava con quella pazienza preziosa che cerchiamo negli altri sperando che la nostra vita possa suscitare qualche interesse. Mario non accennava la minima insofferenza. La sua serenità lo stava trasformando in una sorta di monumento votivo a cui anche gli altri pazienti della clinica si rivolgevano con mio sommo disappunto. Avrei voluto avere una sorta di esclusività sul mio amico e quando vedevo qualcuno che si avvicinava a lui, mi infastidivo, a volte lo scacciavo in malo modo rivendicando una sorta di prelazione su Mario, di esclusività che lui, mi sembrava, accogliesse con una certa ironia dello sguardo.
"Sai” gli dicevo. “Io e mio padre non ci siamo mai parlati molto, perché era un uomo chiuso, tormentato, insofferente alla vita familiare."
Mario ascoltava.
"Ma adesso che papà è morto e io sono consapevole che a breve lo raggiungerò, sono curioso di scoprire se saremo in grado di comunicare. Ma penso di sì". Gli dissi sospirando.
Guardai Mario ed ebbi l'impressione che sapesse qualcosa. Mi sembrava un uomo saggio, di quella saggezza inesprimibile, che riesci ad intuire dall'immobilità di certe espressioni: incomprensibili all'apparenza ma se le osservi con attenzione ne ricavi moltissimo. Il suo segreto era quello. Il suo silenzio, così prezioso per me, a molti faceva un effetto contrario, si sentivano a disagio e se ne andavano via a metà discorso, ma non capivano quanta forza avesse Mario, quale capacità incredibile ci fosse dietro ai suoi silenzi. Lui per me era un eroe, perché le sue capacità andavano oltre l’apparenza e si mostravano solo a chi poteva davvero comprenderle.
Ero consapevole di quello che mi dava ma io cosa davo a lui? Ero io a parlare con Mario ma imparavo molto da questi suoi sguardi impercettibili. Questa domanda mi ossessionava, mi sembrava di approfittarmi di lui e in fondo di usarlo per il mio bisogno insaziabile di ascolto, di amore, di attenzione che non riuscivo a ricevere dal mondo che mi circondava.
In lui c'era anche una forza che mi faceva sentire a disagio; mi vergognavo, infatti, di parlare della morte e del mio desiderio di vedere mio padre, due espedienti retorici che camuffavano il dolore e la paura per il mio destino inevitabile. Mi rendevo conto della mia piccolezza e Mario mentre mi ascoltava mi precipitava nella tragica consapevolezza di essere un piccolo uomo.
Lui, invece, era un gigante.
Nei giorni seguenti io e Mario continuammo la nostra particolare conversazione.
Io continuavo a raccontargli della mia vita e man mano che raccoglievo pezzi del mio passato ritrovavo una nuova strana voglia di vivere. Mi specchiavo nei suoi occhi e scoprivo un diverso modo di osservare gli altri. Il suo rispetto, la sua attenzione, la sua voglia di sapere, almeno così mi sembrava, mi coinvolgevano sempre di più.
Alla fine del mese ero un'altra persona. Più vivace e con un unico scopo: quello di incontrare, come tutti i giorni, il mio amico Mario nella mensa della clinica.
Andammo avanti così per un altro mese. Poi, un giorno, lui non venne.
Le infermiere non lo portarono al mio tavolo. Lo cercai con un po' d'ansia ma mi dissero che aveva avuto un problema di respirazione ed era stato intubato.
Corsi da lui nel reparto rianimazione. Non potevo, naturalmente, avvicinarmi al suo letto ma solo vederlo attraverso il vetro. Soffriva ma aveva sempre quello sguardo profondo, comprensivo, anche del suo dolore. Provai una sensazione di sconforto e di ammirazione per il suo coraggio e gli promisi che se fosse sopravvissuto non avrei mai, e poi mai, parlato male della vita, dell'esistenza, dello scorrere del tempo.
Pregai anche. Cosa che non avevo mai fatto. Pregai mio padre che era stato prigioniero delle sue paure come Mario del suo corpo.
E quando il mio amico uscì dalla rianimazione provai un'emozione enorme, incontenibile.
Ero felice.
Ora sono stanco, domani affronterò l'operazione. Mario ci sarà, in sala d'attesa, ad aspettarmi, con mio padre.
©Fulvio Caporale