La città dei ragni

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                                                                                                   La città dei ragni

 

La vecchia camminava a fatica, perché stava trascinando un carrellino e aveva uno zainetto pesante sulla schiena. Era una donna piccola e un po' curva e lo zaino sembrava pesante ma nessuno si era offerto di aiutarla. La strada che stava percorrendo era un po' in salita e si restringeva sempre di più fra le basse case della città medioevale in cui viveva. Intorno a lei tutto era silenzio e freddo. Era un inverno particolarmente rigido e il paesaggio era ricoperto di neve. L’anziana signora doveva raggiungere la sua casa, perché quello che portava nello zaino non sarebbe rimasto immobile per lungo tempo. Dopo aver passato l’ultimo incrocio si diresse su per una strada semiabbandonata, intorno non c’erano case ma solo campi trascurati e qualche spiazzo d’erba. Ormai era un’ora che stava camminando e si sentiva stanca, dolorante in ogni parte del corpo, ma era felice per quello che stava trasportando all’interno dello zaino. Quando raggiunse la sua casa si fermò un attimo davanti al cancello. Era una villetta con un giardino ben curato. Non era grande, aveva tre stanze, un bagno e una cucina ma era anche dotata di un'ampia cantina. Il giardino della casa era circondato da un alto steccato, mentre il cancello di ferro posto all’entrata era sempre chiuso.

La vecchia signora si guardò intorno. La desolazione le piaceva, anche perché era stata lei a provocarla, prima comprando i terreni incolti per impedire che costruissero altre case e poi acquistando le poche villette vicino alla sua per poi lasciarle chiuse e invendute. Nessuno nel paese si era mai posto il problema dello strano comportamento della signora Olivier, così si chiamava l'anziana, perché si erano semplicemente dimenticati di lei e inoltre, la città si stava sviluppando intorno al porto, e il villaggio in cui la donna viveva era stato, ma solo temporaneamente, lasciato a se stesso. Lo sviluppo economico, la crescita urbanistica dovuta all'aumento dell'immigrazione, avevano reso la città un conglomerato in espansione. In pochi anni molti villaggi e paesi erano stati inglobati dalla crescita famelica della città; e così anche il paese di Olivier, che non aveva mai gradito l'invasione di una città sempre più affollata e famelica. Tuttavia, il suo tentativo di isolarsi, acquistando case e terreni intorno alla sua villa, era stato solo un palliativo, perché il comune stava tentando un esproprio per costruire una strada più ampia, per collegare la periferia al centro, e per realizzare due parcheggi pubblici. Il traffico e l’assenza di parcheggi stavano infatti diventando uno dei problemi più gravi per i cittadini nevrotici ansiosi di trovare un po’ di equilibrio in un luogo infernale.

La signora Olivier aveva rallentato il procedimento di esproprio del comune ma i suoi avvocati erano in difficoltà, prima o poi la strada e forsei parcheggi sarebbero stati costruiti. E per questo motivo si doveva trovare una soluzione definitiva. Mentre rifletteva su questi fatti l’anziana donna, apparentemente fragile e debole, cominciò a spingere il pesante cancello nero. La porta della villa si aprì e ne uscì una donna sui cinquant'anni, dal volto segnato, molto magra e alta. Aveva i capelli neri che portava corti e indossava un abito lungo e scuro. La donna, senza sorridere, si avvicinò alla vecchietta e senza proferire parola, le prese il carrellino e le sfilò lo zaino.

“Grazie Amelie”. Disse la signora Olivier.

“Stava cominciando a pesarmi e inoltre sentivo che i nostri piccoli amici cominciavano a muoversi nello zaino”.

“Questo lo credo difficile”. Rispose Amelie. “Non è ancora venuto il loro momento”.

La signora Olivier si infastidì per l'atteggiamento scettico di Amelie. In fondo era lei che conosceva i tempi e che aveva ideato il progetto, non certo la sua assistente. Anche se Amelie ufficialmente era la tuttofare della signora Olivier, in realtà coltivava ambizioni ben più grandi e pericolose. E la signora già altre volte si è resa conto dell'ambizione vorace della sua aiutante. Tuttavia, non era questo il momento per aggiungere problemi ad altri problemi. Le due donne entrarono in casa e chiusero a chiave la porta d'ingresso. Olivier andò dritta verso una porta di colore rosso, l’aprì e scese alcuni gradini. Amelie trascinò il carrellino fino alla cucina e poi seguì l’anziana in cantina. Quando posò lo zaino su un tavolo, ebbe anche lei la sensazione che qualcosa si stava muovendo.

“Sono vivi!”. Esclamò con una strana luce negli occhi.

“Te lo avevo detto”. Rispose Olivier e aggiunse: “Fstanza neraorse un uovo si è rotto. Per fortuna che il loro veleno non è ancora sviluppato altrimenti poteva pungermi.”

Amelie si allontanò dal tavolo. Olivier la osservò con attenzione. Provava un po’ di fastidio per il comportamento altezzoso e distaccato di Amelie. Le ricordava una sua alunna, una ragazzina magra e alta che aveva sempre qualcosa da ridire sulle sue lezioni.

“Ho fatto bene a toglierla di mezzo”. Pensò con una punta di soddisfazione. Anni prima la ragazzina era scomparsa da casa e non era più stata ritrovata. Era la seconda bambina scomparsa nel quartiere di Olivier e la terza nella sua scuola.

“Amelie, apri lo zaino”. Disse la vecchia guardandola negli occhi. Amelie la osservò con attenzione, poi si avvicinò allo zaino. Lo aprì con cautela. E con un grido di terrore si ritirò indietro. Un ragno grande come una mano uscì lentamente dallo zaino.

“Fermalo! Catturalo!”. Urlò Olivier.

Amelie prese un retino e imprigionò il ragno. Olivier si avvicinò allo zaino. Lo aprì per guardare all’interno. Non si mosse per alcuni secondi; poi infilò una mano dentro.

Lentamente estrasse un uovo; era alto una ventina di centimetri ma riusciva a tenerlo con una mano sola; non pesava molto ed era bucato nella parte superiore. Amelie lo osservò con attenzione.

“Questo è rotto ma le altre sono integre.” Disse con sollievo. Rimise la mano dentro lo zaino e cominciò a tirare fuori le altre uova. Erano tutte intatte. Non avevano nemmeno una crepa. Il ragno, nel frattempo, era rimasto immobile nel retino.

“Prendi il contenitore”. Disse Olivier ad Amelie indicandole una teca rettangolare che si trovava su uno scaffale in fondo alla cantina. Il contenitore sembrava un acquario ed era lungo due metri e largo uno. Amelie lo sollevò con fatica e lo posò sul tavolo. Sul fondo della teca c’era un po' di sabbia e qualche pezzo di legno. Le due donne posero le uova sul fondo della teca; poi Amelie prese il retino in cui era intrappolato il ragno e lo liberò nella teca. Il ragno si mise a correre fra le uova, ci salì sopra e poi cominciò a picchiettarle con le zampe. In pochi secondi le uova cominciarono a rompersi e da ognuna uscirono ragni della dimensione di una mano. Ognuno era di un colore diverso. Olivier li contò, erano sei ma presto, da ognuno di loro, cominciarono ad uscire altri ragni, più piccoli. Il loro numero cresceva esponenzialmente, in poco tempo erano diventati centinaia. Tutta la teca fu invasa dai ragnetti, i quali, se in un primo tempo sembrarono adattarsi alla situazione correndo sopra ai ragni più grandi, nel giro di pochi minuti cambiarono comportamento. Olivier e Amelie li osservarono con attenzione. I ragnetti cominciarono ad attaccare i ragni più grandi e a divorarli. In breve, i ragni che erano usciti dalle uova scomparirono nelle bocche minuscole dei loro figli, i quali, una volta terminato il loro pasto, si fermarono di colpo e rimasero immobili, senza muoversi nemmeno di un millimetro, come se fossero stati tutti raggelati. Olivier si avvicinò alla teca per osservarli meglio.

“La teca è troppo piccola”. Disse con preoccupazione.

“Cosa possiamo fare?”. Chiese Amelie.

“Dobbiamo rinforzare le pareti di vetro”. Rispose Olivier e si diresse verso uno scaffale in cui erano impilati dei mattoni.

“Useremo questi”. Disse prendendo due mattoni con entrambe le mani. “Mentre il coperchio lo rinforzeremo con una lastra di vetro”.

Le due donne si misero velocemente al lavoro. In poco tempo rinforzarono la teca. I ragni, durante la procedura, erano rimasti immobili. Finito il lavoro, entrambe le donne andarono a sedersi su un divano appoggiato al muro. Rimasero in silenzio per qualche minuto. Poi Olivier si accese una sigaretta. Aspirava la sigaretta con un’intensità da appassionata, amava fumare, consumava la carta e il tabacco fino al filtro. Il fumo le usciva dal naso e dalla bocca. E mentre fumava i suoi occhi diventavano sempre più neri e profondi.

“E’ il suo momento”. Disse Amelie.

Olivier si girò verso la sua assistente, la guardò negli occhi e per un istante immaginò la vita di Amelie. “Deve aver sofferto per tutta la vita”, pensò. “La sua giovinezza deve essere stata tremenda. Lo si capisce dagli occhi e dal suo sguardo che sembra sempre spento, oppresso, pestato.”

“Vediamo”. Rispose. “Dipende come si moltiplicheranno e se si moltiplicheranno. Queste uova sono lì da troppo tempo”.

“Da dove provengono?”. Chiese Amelie.

“Sono rimaste in un magazzino al porto per molti anni. Il magazzino era di mio marito e siccome nessuno da dieci anni è venuto a reclamarle e l’affitto non è stato saldato, le uova sono diventate mie”.

“Ma chi era il proprietario?”.

“Non lo so. Non ho trovato il contratto. Potrebbe essere un carico che mio marito ha ospitato nel magazzino. Il carico di una nave o magari qualcosa che aveva comprato lui. Non lo so. Comunque, il magazzino era stato affittato per otto anni e nessuno, allo scadere dell'ottavo anno, si è fatto più sentire, sono passati altri due anni e così tutto il carico adesso è mio.”

“Ma come faceva a sapere lei che le uova erano di ragno?”.

“Non lo sapevo”. Rispose Olivier, buttando fuori dalla bocca una quantità inaspettata di fumo.

“L'ho scoperto alcune settimane fa”. Rispose dopo alcuni secondi. “Le uova erano riposte in una scatola di legno all'interno della quale era conservata una lunga lettera nella quale era spiegato che le uova erano molto pericolose”. Aspirò di nuovo, quasi consumando per intero il filtro della sigaretta.

“Il mittente della lettera”, continuò Olivier, “era indirizzata ad una persona di questa città, ma non riportava il suo cognome, solo il nome: Sara. La pregava di conservare le uova fino al suo ritorno e quando si fossero riuniti, avrebbero fatto crescere a dismisura il suo contenuto e avrebbero vendicato il figlio morto”.

Amelie guardò stupita Olivier. “Dunque, anche loro volevano distruggere questa città e uccidere i suoi abitanti. E’ la sua vendetta!”

“Già, era il loro scopo, ma non lo hanno realizzato”.

“Perché?”.

“Non lo so”, rispose stizzita Olivier e si alzò dal divano. Fece pochi passi e si girò con un'espressione di terrore verso Amelie.

“Cosa c’è?”. Chiese Amelie.

Olivier si portò l'indice alle labbra, come se qualcuno potesse sentire la loro conversazione.

“Sono spariti”, disse piano. “Tutti”.

In effetti i ragni erano scomparsi, erano riusciti a fuggire dalla teca senza che le due donne se ne fossero accorte. Olivier si guardò attorno, fece con lo sguardo il giro della stanza fino ad arrivare alla posizione di Amelie. Si fermò solo un istante, la osservò e passò oltre; poi tornò indietro, perché qualcosa aveva attirato la sua attenzione. Amelie era immobile, ferma e con lo sguardo fisso verso la porta d'ingresso della cantina. Olivier la osservò per un altro istante.

“Amelie cosa sta guardando?”. La donna non si mosse e non rispose. Olivier si girò verso la porta della cantina. I ragni l'avevano ricoperta, in pochi secondi, di ragnatele. Erano talmente tante che la porta quasi non si vedeva. Come se una nebbia densissima stesse avvolgendo tutta la porta della cantina. Ma non era solo la porta ad essere stata inghiottita da una massa informe di ragnatele, tutta la cantina stava per essere trasformata in una tana di ragni, perché le ragnatele stavano crescendo anche sui muri, sulle scale di accesso, sulle travi dei soffitti e sulle colonne. Le ragnatele stavano conquistando tutto il seminterrato. Olivier si avvicinò rapida alla porta d'ingresso. All'inizio non aveva notato che le ragnatele erano percorse da ragni minuscoli, piccolissimi, talmente piccoli da essere quasi invisibili, ma quando fu abbastanza vicino al groviglio bianco vide un brulicare intenso di puntini neri. Ne raccolse uno con l'indice e il pollice. Era davvero minuscolo, misurava metà dell'unghia del dito. Sembrava innocuo, anche se era un soldato di un esercito sconfinato. Amelie era rimasta ferma, con lo sguardo terrorizzato, mentre osservava Olivier maneggiare il ragnetto. La bocca di Amelie era aperta in uno spasmo di dolore, sembrava che qualcuno le tenesse le mascelle aperte come se fosse una marionetta. Olivier, dominando il suo terrore, si precipitò verso la sua assistente, ma quando ormai era a pochi passi dalla donna, qualcosa nello sguardo di Amelie cominciò a cambiare. I suoi occhi diventarono vuoti e poi girarono all'indietro. Tutto accadde in pochi secondi. La testa della donna si staccò dal collo e cadde a terra. Olivier lanciò un urlo, prima che lo sgomento e l'orrore la zittissero completamente. Dal collo di Amelie, infatti, non uscì solo il sangue ma anche una copiosa quantità di ragni neri. Erano talmente tanti che per alcuni secondi Amelie pensò che fosse solo il sangue che sgorgava dal collo della sua assistente.

Ma si sbagliava. I ragni erano dappertutto, e quando si rese conto che lo stavano raggiungendo, si girò e cominciò a correre verso le scale dello scantinato. Davanti a lei c'era il muro di ragnatele. Accelerò la corsa, si precipitò su per le scale; dalla tensione cominciò ad urlare, ma nessuno poteva sentirla. Nessuno. Mentre si lanciava nella ragnatela emise un urlo acutissimo e poi ebbe un pensiero fulminante che in un attimo le attraversò la mente: “dove sono i ragni?”.

Vedeva il corridoio ma non riusciva a muoversi. Tutto il suo corpo era imprigionato nella ragnatela, non riusciva a muovere nemmeno un dito. Non riusciva neanche ad urlare, perché le labbra erano bloccate dai fili appiccicosi. Respirava a fatica, perché quanto più inalava aria tanto più per reazione le ragnatele la stringevano comprimendole il petto. Era bloccata, incapace di muoversi e di urlare.

Il silenzio della stanza era interrotto solo da uno strano gocciolio. Olivier cercò di muovere gli occhi e di vedere da dove proveniva quel rumore. Ormai non respirava quasi più. Poca era l’aria che entrava nei suoi polmoni, la sua non era una respirazione, ma un singulto; una serie di singulti sempre più faticosi. Girò gli occhi verso sinistra e vide il tubo di scarico dell'acqua, cercò di focalizzare il punto da cui cadevano le gocce d'acqua. Il suo respiro, quello che rimaneva del suo respiro, andava al ritmo delle gocce che cadevano a terra. Erano gli ultimi respiri, mentre ormai l'ossigeno non era più sufficiente per farla vivere; mentre stava per morire riuscì a registrare una figura che si stagliava alta e imponente, vicino al punto da cui cadevano le gocce. Mentre la osservava, le sopraggiunse la speranza che fosse qualcuno venuto a salvarla. E nell'attimo in cui esalò l'ultimo respiro, si rese conto che la sagoma non era quella di un essere umano ma di una infinità di ragnetti che erano uniti fra loro in una rappresentazione grottesca e inquietante di una figura umana.

Quando Olivier morì i ragni cominciarono a divorarne il corpo, e quando finirono era rimasto ben poco della sua carne, mentre il numero di ragni era aumentato in modo consistente. La sagoma si era dispersa nella massa di ragni che si muovevano in giro per lo scantinato. Erano sparpagliati come un esercito informe e senza comando. Rapidissimi si muovevano dappertutto; tutta la stanza era nera e piena, e sembrava che aumentassero sempre di più; moltiplicandosi da una fonte sconosciuta. D'improvviso, come se avessero ricevuto un ordine silenzioso, i ragni cominciarono a muoversi verso la porta della cantina. Oltrepassarono il corpo di Olivier e uscirono nel corridoio della casa. Erano centinaia di migliaia. Un'onda nera che si era impossessata di tutta la casa. Migliaia di piccoli ragnetti brulicanti che correvano per ogni anfratto, coprendo pavimenti, pareti, soffitto e mobili. L'onda nera sapeva dove dirigersi e si muoveva in ordine sparso verso la parte principale della casa.

Un anziano gentiluomo passeggiava lungo la strada quando vide uscire una massa di ragni informe che di primo acchito pensò essere un'onda di acqua sporca, come se le tubature della casa si fossero rotte. Guardò la massa aumentare di volume, fino a quando realizzò che l'onda lo avrebbe investito. Salì allora su una cassa di legno che era stata abbandonata nei pressi della casa. Ma quando era sicuro di essere salvo, si rese conto che la marea non era melma e che anzi aveva una sorta di avanguardia che si stava occupando di lui. Si guardò ai pantaloni perché sentiva qualcosa salirgli sulle gambe. Non vedeva benissimo per cui ci mise un po’ a capire che cosa lo stava divorando.

E in un’euforia dovuta più alla senilità che alla situazione concreta, cominciò a ridere mentre i ragni gli divorarono le gambe. In poco tempo di lui non rimase nulla, né le ossa, né gli abiti e nemmeno i capelli. I ragni si erano moltiplicati ancora; continuavano ad uscire senza soluzione di continuità. Una marea nera infinita e violenta che cominciò a dirigersi verso la città. Quello che avvenne nei due giorni successivi fu puro terrore, violenza e morte.

I ragni, prima di essere fermati con il fuoco, divorarono mezza popolazione, dopo aver ucciso le persone con il loro veleno. Chi aveva cercato di fermarli era morto. La polizia era stata sterminata. Negli ospedali, che erano stati investiti dall'onda nera, i pazienti erano stati abbandonati al loro destino. Quasi tutte le scuole erano state evacuate in tempo, solo una, quella più vicino alla villa di Amelie e dove lei aveva insegnato per quaranta anni era stata totalmente conquistata dai ragni e tutti coloro che non erano riusciti a fuggire in tempo, erano stati divorati. Solo l'esercito, usando il fuoco, era riuscito a fermare l'avanzata dei ragni, anche se aveva dovuto pagarne un prezzo altissimo in termini di vite umane. Molti soldati erano caduti, attaccati dai piccolissimi nemici che li avevano aggrediti arrampicandosi sulla tuta ignifuga e penetrando attraverso le pieghe dei caschi. Alla fine, metà città bruciava e l'altra metà era vuota, non priva di cadaveri. Non scoprirono mai la fonte da cui provenivano i ragni e dopo molte settimane trovarono Olivier e Amelie mezze mummificate. Trovarono le ragnatele in cantina ma non i gusci delle uova e considerarono le due donne vittime, come gli altri, della furia dei ragni.

Fine 

Autore Fulvio Caporale

Data di pubblicazione: domenica 2 novembre 2025
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