La terza pallottola di Leo Perutz

un romanzo che non vorrei mai finisse.

C'è un momento preciso, nella narrazione di Leo Perutz, in cui la realtà storica smette di essere un terreno solido sotto i piedi per farsi palude, visione, miraggio. Nel ricostruire l'assedio di Tenochtitlan, Perutz non si limita a raccontare la ferocia di Fernando Cortés o il tramonto dell'impero azteco; egli agisce come un illusionista della parola, trasformando la cronaca di un massacro in un viaggio ipnotico tra le pieghe dell'anima umana.

Al centro di questo magistrale racconto non troviamo solo il conquistatore spagnolo, ma soprattutto la figura tragica e magnetica di Franz Grumbach. Il conte tedesco, esiliato da Carlo V per la sua fede luterana, porta nel Nuovo Mondo un paradosso vivente: la spada del guerriero mossa dalla carità di chi vuole proteggere gli indios. Grumbach è un uomo che incute timore, astuto e d'acciaio, eppure vulnerabile davanti al desiderio per Dalila, la giovane indigena la cui bellezza agisce come un catalizzatore di forze inarrestabili. È per lei che il conte sfida l'impossibile, penetrando nell'accampamento spagnolo mentre il fragore della guerra totale si prepara a esplodere.

Ma il vero protagonista di queste pagine è l'atmosfera allucinata. Perutz ci conduce in un labirinto dove i fenomeni naturali si caricano di una volontà propria: un'edera che si espande come una creatura viva tra le tende dei conquistadores e apparizioni diaboliche che sembrano sfidare la logica di Grumbach, in un duello che trascende l'umano. Qui la realtà non si distingue dalla visione onirica. Lo vediamo anche nello scontro intellettuale e d'armi con il duca di Mendoza, nemico letale e cinico, che si muove tra le insidie ​​della giungla con la lucidità silenziosa di uno scorpione pronto a colpire.

Mentre la foresta osserva immobile e immensa le violenze inaudite degli uomini, la scrittura di Perutz — che tanto affascinò Borges — ci avvolge come un'onda fluviale. Ci troviamo quindi su una zattera che scivola lungo i corsi d'acqua del Rio delle Amazzoni, sospinti verso l'epilogo di un archibugio e delle sue tre pallottole di piombo. In quei tre colpi non c'è solo la fine di una battaglia, ma il destino sigillato di Grumbach, di Cortés e dell'intero mondo azteco.

Leggere Perutz significa accettare di perdersi in un puzzle alchemico. È un incontro tra due mondi paralleli dove il verosimile si confonde con il magico, e dove ogni personaggio è avvolto da un'aura che sfugge al pensabile. Il fascino della sua opera risiede proprio in questa visionarietà allucinata, una scrittura che ci tiene invischiati fino all'ultima riga, sospesi tra il bagliore del sogno e l'oscurità dell'incubo.

La terza pallottola
di Leo Perutz
Adelphi editore, settembre 2024
 
Traduzione di Margherita Belardetti

pp. 286
 
Fulvio Caporale
Data di pubblicazione: giovedì 1 gennaio 2026 • Pubblicato in: Recensioni libri