L'ombra nel giardino del silenzio
Sfiorai la sua ala di freddo marmo e rimasi incantato dal suo candore e da quella freddezza aulica che percepivo sulla pelle. Lo osservai: era un angelo bellissimo, un’opera d’arte creata con un amore profondo per i dettagli. Il volto, in modo particolare, esprimeva una purezza fantastica e i suoi occhi sembravano vivi.
Pareva che mi guardasse, perdonandomi per ciò che avevo fatto. Le mie colpe, i miei peccati terribili, di fronte al suo sguardo venivano cancellati; mi sentivo avvolto dalla sua pietà. Era una sensazione nuova per me, perché nessuno aveva mai provato compassione nei miei riguardi; tutti mi avevano sempre visto come un mostro. Fin dalla nascita fui considerato un essere inferiore, sbagliato, pericoloso. Perfino mia madre aveva paura di me e mio padre, nel tentativo maldestro di uccidermi, era morto.
Negli anni successivi ero stato relegato nella dépendance del giardino, dove un inserviente mi portava cibo e libri. Non ero mai andato a scuola, ma mia madre aveva incaricato un precettore affinché m’insegnasse a leggere e scrivere. Il maestro fu poi pagato per il suo silenzio: nessuno doveva sapere chi ero, né quale fosse il mio aspetto. Negli anni che seguirono rimasi in un isolamento forzato. Vedevo mia madre solo in lontananza, con il volto coperto da un velo, perché non aveva il coraggio di guardare il mio viso mostruoso. Per me non c'era amore, solo solitudine.
Imparai a disegnare, a scolpire il legno e il marmo e a modellare la creta grazie a un artigiano che lavorava nella villa di famiglia. Lui non sapeva della mia esistenza, ma io lo osservavo di nascosto mentre restaurava le statue e gli oggetti che mio padre aveva collezionato girando il mondo. Mi innamorai di quel mestiere.
Raggiunta la maggiore età, scappai di casa e mi rifugiai tra i derelitti, che accettavano la mia mostruosità mettendomi al loro stesso livello. Girai il paese alla ricerca di un posto dove poter vivere, ma non trovai nulla, finché, esausto, decisi di tornare a casa.
Era un giorno qualunque quando vidi mia madre passeggiare in giardino. Mi avvicinai nella speranza di ricevere da lei almeno la grazia dell'accoglienza. Ma, ancora una volta, lei iniziò a urlare. Le tappai la bocca per farla tacere e, in un impeto di rabbia, premetti troppo forte. La uccisi.
Portai il suo corpo nel capanno dell'artigiano e scolpii per lei una tomba a forma di angelo. La deposi lì dentro; è quella statua che, ancora adesso, sto guardando e sfiorando. Il suo volto, finalmente, è pieno di compassione mentre mi osserva con i suoi splendidi occhi di marmo.
©Fulvio Caporale