Il giocattolo ambito

via Ss. Trinità

All’angolo della strada che portava alle canalette sorgeva la tabaccheria della signora Iolanda. Era una donna robusta, quasi monumentale, che gestiva quel regno di carta e tabacco da tempo immemore, guardando con sospetto i ragazzini che osavano sfiorare la merce esposta. Da qualche settimana, però, l’atmosfera era cambiata. Suo marito Ernesto, un uomo con l'occhio lungo per gli affari, aveva rilevato la collezione privata di un vecchio professore del quartiere, un tipo riservato che si era spento lasciando dietro di sé un tesoro inaspettato.

Si diceva che il professore, deriso dai parenti per quella sua eccentrica passione, avesse accumulato giocattoli da ogni città visitata, conservandone molti nelle confezioni originali, intonsi come reliquie. Quando Ernesto annunciò l'esposizione per le tre del pomeriggio, il quartiere si elettrizzò.

Tra la folla c’erano quattro amici inseparabili: Antonio, Ale, Giovanni ed Enrico. Erano legati da quel tipo di amicizia viscerale che nasce tra i banchi della prima elementare; quel legame che, anche se destinato a sbiadire tra i doveri dell’età adulta, rimane incastonato nel cuore come un fossile prezioso. Per loro, giocare non era un passatempo, ma l’unico modo per dare un senso al mondo.

"Andiamo, muoviamoci!" esclamò Antonio, il più irruento. Era figlio di un venditore porta a porta e aveva sempre le tasche leggere, ma il cuore gonfio di desideri. Erano gli anni '80, e il divario tra chi aveva tutto e chi lottava per il superfluo cominciava a scavare solchi profondi anche tra i bambini.

"Ma chi vuoi che ci sia? Nel quartiere siamo quattro gatti," lo canzonò Alessandro, mentre si alzava pigramente dal muretto.

Si sbagliava. Davanti alla tabaccheria c’era già una piccola calca di collezionisti adulti in cerca di affari. I quattro si fecero strada a gomitate, scivolando tra le gambe dei grandi con la determinazione che solo i bambini possiedono. All’interno, la collezione era un miraggio: soldatini di piombo, carri armati, robot in latta, Lego e i mitici Masters of the Universe.

Ma tra He-Man e Skeletor, ne spiccava uno mai visto prima. Era una creatura mostruosa e affascinante: verde smeraldo, più alto degli altri, con sei braccia muscolose che spuntavano dal dorso. Non sembrava nemmeno un pezzo originale, ma emanava un carisma magnetico. Il prezzo, a differenza dei pezzi più pregiati gonfiati da Ernesto, era stranamente abbordabile.

Lo volevano tutti. Ma quel desiderio portava con sé un’ombra: chiunque lo avesse comprato avrebbe spezzato l’equilibrio del gruppo, diventando l’oggetto dell’invidia altrui.

Sulla via del ritorno, il silenzio era teso. "Lo prendo io," tagliò corto Giovanni, il più scaltro. "In fondo sono io che vi ho fatto scoprire il negozio." "Che idea assurda!" ribatté Enrico.

"Facciamo la conta?" propose un altro, ma senza convinzione.

Antonio restava in disparte. Per lui quel pezzo di plastica non era il fine, ma il mezzo. Odiava i litigi che scuotevano le mura di casa sua e vedeva in quel gruppo di amici l'unica vera famiglia, l'unico porto sicuro della periferia padovana.

"Sapete che vi dico?" esordì Antonio, rompendo l'incantesimo. "Chi se ne importa di quel mostro verde. Secondo me è un falso, un tramaccio di Ernesto. Non vale la pena litigare per un pupazzo brutto."

Si guardarono. La tensione si sciolse come neve al sole. "Hai ragione Antonio," approvò Alessandro. "Venite da me, facciamo una gara con le biglie. Quelle sono vere."

In un attimo, il richiamo della competizione leale e della compagnia ebbe la meglio. Si dispersero verso casa, correndo a recuperare i loro sacchetti di vetro colorato, lasciando il guerriero a sei braccia nel buio della tabaccheria, prigioniero della sua scatola, mentre loro correvano liberi verso il tramonto.

©Fulvio Caporale

Data di pubblicazione: domenica 28 dicembre 2025 • Pubblicato in: Racconti
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