CHILD 44: Il bambino numero 44 di Daniel Espinosa

recensione di film

Siamo nel 1953, nel pieno del terrore staliniano. Nello stesso anno Stalin morirà permettendo alla Russia di tirare un breve sospiro di sollievo e dando vita ad una ricostruzione storica terribile sulle purghe staliniane e su un metodo di pressione sociale violentissimo. Le purghe di Stalin portarono infatti all’arresto di moltissime persone in diverse parti dell’Unione Sovietica e condanneranno alla fame intere famiglie di contadini a causa dei piani economici quinquennali. Questa strategia economica calcolava con precisione millimetrica di quanto cibo e prodotti avesse bisogno la popolazione, alla ricerca di un’utopica uguaglianza che ha inchiodato la Russia per decenni alle sofferenza ed alla disuguaglianza più feroci. In questo contesto, il protagonista è un’ex bambino orfano che fu adottato da un ufficiale dell’esercito e che durante la Seconda Guerra Mondiale diventa un eroe: Leo Demidov, interpretato da Tom Hardy, che, una volta finita la guerra, diventa un agente di quei servizi di sicurezza che tanto terrore hanno causato sulla popolazione russa. Il ruolo dei servizi segreti, infatti, era quello di indagare su potenziali traditori del regime che potevano essere spie oppure semplici cittadini che si ribellavano alle imposizioni folli del regime staliniano. I servizi arrestavano e fucilavano tutti coloro che ritenevano, con poche prove, magari inventate o strappate con la tortura, traditori e sediziosi. Spesso venivano aiutati da delatori che si nascondevano ovunque, nei posti di lavoro, fra i vicini di casa, nei luoghi di svago, ovunque. Chiunque era terrorizzato all’idea di essere denunciato e cercava di limitare fuori dalla famiglia le confidenze e discorsi che potevano essere male interpretati.

Demitov crede totalmente nel sistema ed è così bravo, fedele e capace che un giorno il suo capo gli affida una missione molto complicata: indagare su sua moglie, interpretata da Noomi Rapace, di cui Leo è profondamente innamorato. Rifiutandosi di denunciarla e ritenendola invece innocente, verrà trasferito insieme a lei in una sperduta città di provincia dove tutti i suoi privilegi verranno cancellati. Ma lì, insieme alla moglie, il cui amore per lui non è così limpido e al generale Nesterov, Gary Oldman, capo della milizia in cui Leo è stato inserito, indagherà su un assassino seriale di bambini. Si caccerà così ancora di più nei guai, perché nell’Unione Sovietica sotto il regno del terrore di Stalin, non potevano esserci omicidi né assassini, tanto era perfetta la vita comunista secondo la propaganda di partito. Leo dovrà quindi scontrarsi con Vasili, Joel Kinnaman, un pazzo fanatico, non è il solo in quel contesto di orrore, che cercherà di fermarlo e di ucciderlo. Inoltre dovrà indagare sul serial killer fra mile incertezze e ostacoli, perché chiunque appoggia per paura la propaganda del regime, la quale enuncia continuamente che non esiste alcun omicidio né alcun assassino, nell’Unione Sovietica.

Il film si basa sul libro best-seller “Child 44”, pubblicato in Italia da Sperling e Kupfer che ricostruisce una terribile storia vera.

Fra il 1978 e il 1990, Romanovič Čikatilo, denominato il Mostro di Rostov, uccise 53 fra donne e bambini, senza che nessuno indagasse e sospettasse di lui, tanto che il mostro fu arrestato solo nel 1990, un anno dopo la caduta del muro di Berlino, per poi essere condannato e giustiziato nel 1994.

Per questo motivo in Russia il film e il libro non sono molto graditi, perché anche se ambientati in un epoca storica più lontana, in realtà si rifanno ad un’ingiustizia e ad una incapacità del sistema di polizia russo, ben più recente.

Il film è ben diretto e interpretato, (regista è Daniel Espinosa e il produttore è Ridley Scott) e la ricostruzione storica, piena di terrore e di sospetti, che ricorda il romanzo “1984” di George Orwell, è narrata con un attento rispetto per il contesto sociale, politico e storico.

Data di pubblicazione: venerdì 27 marzo 2026 • Pubblicato in: Recensioni film