un viaggio interiore
Eravamo sospesi, racchiusi in un momento di perfetta intimità. Lei mi parlava, radiosa nella sua bellezza, e io la ascoltavo incantato, senza altro pensiero che noi due, insieme.
Gli anni sono passati e non l'ho più rivista.
Quella sera ero rimasto affascinato dal suo modo di parlare; sembrava cambiare lineamenti mentre raccontava della sua vita. Nei suoi occhi vedevo l'autunno, la primavera e l'estate: la metamorfosi di una ragazza che diventava donna. A tratti sembrava tornare indietro nel tempo, guardandosi attorno con l'incertezza di un’adolescente; poi, subito dopo, volgeva lo sguardo al futuro, raccontando, divertita, episodi del suo presente. In quei momenti la sua femminilità si dispiegava come una farfalla che apre le ali per la prima volta.
A volte mi sembrava di averla già vista. Era una sensazione ricorrente ma inafferrabile, come se appartenesse a un’altra vita o a un passato talmente remoto da risultare dimenticato. Immaginai che ci fossimo conosciuti in un'esistenza precedente. Ho sempre creduto nella reincarnazione: la spiegazione più logica alla catena di sofferenza e felicità che determina la Storia. Le esposi la mia teoria, certo che l'avrebbe capita. Mi ascoltò curiosa, ma forse il dubbio che fosse solo un gioco dialettico la mantenne in una condizione di leggerezza favolistica, un distacco che le impediva di credermi fino in fondo.
Mentre divagavo, di colpo, ricordai. “Sì, ci eravamo visti, ma dieci anni prima.”
Durante un viaggio a Barcellona, ero rimasto colpito dalla vetrina di un antiquario nel quartiere medievale. Il negozio era un ammasso infinito di mercanzia. Mentre sbirciavo all'interno, un uomo mi venne incontro; pensai volesse vendermi qualcosa, invece mi passò accanto — serio, pallido, contrito — intento a maneggiare uno strano uovo d’argento. Uscì in strada senza degnarmi di uno sguardo.
Guardai di nuovo dentro. Davanti a me, apparso dal nulla, c’era un uomo dalla barba bianca e lo sguardo scuro, penetrante. Mi salutò gentilmente e iniziammo a parlare del fascino di Barcellona, dove si fondono culture e storie diverse. Senza sapere perché, iniziai a raccontargli aneddoti personali e la mia teoria sulla reincarnazione. Lui la prese seriamente: mi disse che possedeva un libro capace di narrare le vite intrecciate delle anime. Non conteneva parole, ma disegni meravigliosi che illustravano le connessioni tra le persone ritratte.
Volli vederlo. Mi accompagnò in una stanza sul retro e mi mostrò, su un piedistallo, un volume enorme. Sfogliandolo, vidi volti e percorsi di vita che non riuscivo a decifrare, finché non giunsi alla storia di una ragazza. Leggendo la sua vita attraverso i disegni, arrivai al ritratto finale. Era lei. La stessa ragazza che avrei conosciuto dieci anni dopo.
Dopo averla incontrata nel mondo reale, capii che non potevo rivelarle la verità senza mostrarle il libro. Decisi di tornare a Barcellona. Cercai il negozio, ma lo trovai rimodernato, quasi irriconoscibile. Un ragazzo giovane mi accolse, dicendomi che suo padre era morto due anni prima. Gli parlai del libro; lui parve non capire, ma mi permise di rovistare tra gli oggetti destinati al magazzino. Lo trovai, ma sfogliandolo non avvertii più la magia di un tempo. Tornai a Milano, deluso.
Non riuscii più a rintracciarla. Passarono mesi, poi per anni.
Un giorno credetti di vederla passare. La rincorsi, ma non era lei: era sua sorella. Mi raccontò che sua sorella si era trasferita in un'altra città e che, poco dopo, era rimasta vittima di un incidente fatale.
Mi crollò il mondo addosso.
Passai giorni chiuso in casa, finché non ricevetti una telefonata. Era il figlio dell'antiquario: aveva trovato un altro libro, identico a quello che gli avevo descritto. Presi il primo volo per Barcellona. In un giorno di sole accecante, tornai al bazar. Il giovane mi portò il volume: era lui. Ritrovai i disegni e la storia della ragazza, ma stavolta il finale non ne prevedeva la morte. Sfogliai ancora e vidi le mie stesse mani, ma più giovani. Alzai gli occhi: accanto a me c’era il vecchio proprietario. Anche il negozio era tornato quello di dieci anni prima.
L’uomo mi spiegò che il libro era un passaggio, un mezzo per muoversi attraverso il tempo. Tuttavia, non si poteva tornare avanti: sarei dovuto restare nel passato, evitando accuratamente di incontrare il "me stesso" che viveva legittimamente in quell'epoca.
Accettai. Tornai a Milano, cambiai quartiere e osservai da lontano la ragazza crescere. Pochi mesi prima del momento in cui il mio "vecchio io" l'avrebbe incontrata, iniziai a corteggiarla.
Ci sposammo. Ma la vita seguiva un copione che non mi apparteneva. Un giorno, vidi passare il mio "me stesso" dall'altra parte della strada: era felice, a braccetto con una ragazza. Provai una violenta invidia. Sembrava innamorato, mentre io, ormai, non sentivo nulla. La mia vita era diventata grigia; non amavo più mia moglie, la sua bellezza era come un fiore che aveva perso il colore.
Tornai a Barcellona, rimasi per alcune settimane in città in attesa di un evento che sapevo sarebbe avvenuto. Vidi il me stesso di allora che osservava la vetrina del negozio, ma qualcosa mi impedì di fermarlo. Vagai per le strade sperando in una via d'uscita. In un bar, vidi il vecchio antiquario. Mi avvicinai per supplicarlo, ma lui era invecchiato terribilmente.
Alla fine, mi rispose: «Tutto è nel libro, ma il tempo non ha una sola linea. Se trovi il modo di tornare indietro o di andare avanti ancora una volta, dimmelo, perché io lo cerco da sempre».
Mi parlò in italiano. Lo osservai da vicino, con il cuore in gola. Era me stesso, da vecchio. Lo sgomento mi travolse. Ora, in un piccolo ambulatorio, aiuto un uomo a guarire gli animali. E la notte scrivo, continuamente, le stesse, identiche memorie.